DOCUMENTI
“DESTINAZIONE UNIVERSALE DEI BENI COMUNI”:
di Giovanni Franzoni
Pur ritenendo fondamentale l’attenzione rivolta dai documenti ecologisti ai beni comuni riguardanti aree di pertinenza della sovranità nazionale, ritengo importante dedicare la riflessione – in questo incontro – ai beni definiti globali (global common goods). Beni non controllati da diritti degli stati sovrani o dalla proprietà privata.
Non è facile l’elencazione di questi beni ma fra essi emergono:
- lo spazio esterno alle aree destinate al volo o alle zone intersatellitari, addirittura, lo spazio (deep space);
- i fondali marini con le loro risorse minerarie oltre la piattaforma intercontinentale;
- l’Antartide;
- la “conoscenza” con le sue applicazioni (brevetti).
Non è ancora definita con chiarezza la titolarità su questi beni comuni, l’utilizzo dei quali è affidata attualmente solo a convenzioni internazionali sovente non ratificate da tutti i paesi delle Nazioni Unite.
Dal punto di vista religioso esiste un certo fondamento sia per quanto riguarda le culture orientali sia per quanto riguarda il pensiero ebraico-cristiano; sia nella Bibbia come nel Corano l’universo è concepito come opera del creatore affidata, dietro il mito di Adamo, alla umanità.
Resta scoperta la motivazione di un titolo dell’umanità sui beni comuni dell’universo che sia nettamente laico.
Nel vuoto lasciato dal diritto internazionale, vige ancora il principio del diritto romano “res nullius est primi occupantis”, la cosa che non è di alcuno è del primo occupante. Nel diritto romano il proprietario di una terra era anche proprietario di un sottosuolo e dello spazio superiore “ab imis usque ad siderea”. Questo principio, considerato dai giuristi attualmente come del tutto desueto, viene peraltro ancora utilizzato nei dibattiti negli organismi delle Nazioni Unite, come mi ha assicurato il prof. Petrella. In realtà questo principio trova un suo fondamento nei comportamenti animali e anche in molti modi di agire della specie umana: nel corso dell’evoluzione, le specie più forti si sono spesso impadronite con la violenza delle risorse ed, ancora, pur considerando questo diritto fondato sulla rapina con titoli come diffusione della pace, diffusione della civiltà o addirittura diffusione della vera religione, pare ancora convalidare la mentalità della prevalenza del diritto del più forte.
Il mio intervento, che parte da un approccio religioso al tema, ma che richiede con forza una motivazione laica e una attenzione da parte della comunità politica e scientifica.
L’unica traccia che ho trovato tra i giuristi statunitensi – Everet Marko – è quello di studiare il common heritage come titolo per la salvaguardia e l’utilizzo dei beni comuni in favore dell’umanità intera e particolarmente di paesi in difficoltà di sviluppo.
La società attualmente in possesso di saperi e applicazioni scientifiche di altissimo livello dipendono comunque da una evoluzione della conoscenza, il merito della quale è comunque dell’umanità intera.




