Bruno Bellerate

Giulio Girardi: le radici teorico-storiche del suo messaggio

PREMESSE:
1.- Difficoltà del lavoro per - relativa competenza;
                                      - coinvolgimento personale;
                                      - deformazione professionale.
2.- Il presupposto biografico: ne hanno parlato e ne parleranno altri, ma ritengo di dover sottolineare il forte condizionamento derivatogli dalla rigida formazione cattolica-tradizionale, nei vari internati, specie in rapporto alla dimensione sessuale-affettiva e della corporeità. Quella era centrata sul “dovere”, con relativo oblio del piacere. Fin da bambino, Giulio cercò scampo nello studio, in cui eccelleva, e negli scritti di fantasia e poesia, che, a suo tempo, lo porteranno alla ricerca continua e liberatrice nonché all’utopia, rispettivamente. Ciò gli permise, nella sua vita, di volare alto, di affascinare per la sua visione delle cose più profonda, acuta e panoramica e persino per le sue distrazioni e trascuratezza esteriore.
3.- Data per scontata una sua evoluzione (che peraltro richiederebbe ben più ampio studio), la articolerò in quattro momenti, sulla falsariga di Giulio nei confronti di don Sergio Méndez Arceo: la tappa preconciliare, quella conciliare, quella di un ampliamento di orizzonti e, l’ultima, quella dell’eredità indigena, senza con ciò voler fare, propriamente, una “periodizzazione”.
4.- Ho fatto uso, per questo, nei limiti del possibile, dei suoi scritti, che tuttavia non citerò spesso, e delle testimonianze: in particolare delle tre ampie e successive interviste di M.Pancera (1980: pubblicata nel suo libro); di J.Botey, in Spagna, del 1999; e nella tesi di laurea di M.D’Ettore non letta del tutto, del 2004, oltre a quelle occasionali, con video. Pure di queste non farò citazioni letterali.

A.- Il momento preconciliare: va dalle prime scuole, al 1962, inizio del Concilio Vaticano II e si caratterizza, oltreché per la rigidità, per una formazione intellettuale tipicamente “scolastico-tomistica”, a partire dalle classi del liceo.
1.- Acquisizioni: Giulio, come prima nelle scuole inferiori, accetta questo tipo di insegnamento, da cui ricaverà ottima capacità logica, stringatezza e organizzazione del pensiero, ma di cui non condividerà il dogmatismo, nonostante le apparenze di confronto, e l’integralismo dualistico: noi e gli “avversari”, tanto che evita di parlarne con tale denominazione .
2.- Applicazioni: Giulio studiò filosofia nell’allora Ateneo Salesiano (ora: Pontificia Università Salesiana), a Torino, ma già prima di laurearsi su S.Tommaso (1950), fu incaricato di insegnare ontologia nel 1948. L’insegnamento fu interrotto poco dopo per consentire i suoi studi di teologia alla Gregoriana, prima, e nell’Ateneo poi, fino alla sua ordinazione sacerdotale (1955). Nel frattempo aveva ripreso la docenza in filosofia, interrotta bruscamente nel 1969, con l’espulsione.
In questi anni l’unica e palese espressione di autonomia, fu la sua adesione a tesi “suareziane”, per cui fu bersaglio di aspre critiche, da parte di tomisti “ortodossi” (cfr.: C.Fabro, A.Del Noce, Pr.Stella). Per il resto, fu, di massima, allineato, come dimostrano pure i suoi due testi pubblicati nel 1962: Ontologia e Theologia naturalis. La sua originalità si è manifestata invece sul piano educativo, benché non avesse goduto di una specifica preparazione pedagogica e nella scelta degli argomenti dei suoi corsi. Infatti, da una parte, pubblicò nel 1960 e 1961 due interventi, in “Orientamenti pedagogici”, sulla didattica della filosofia. In essi spicca la sua attenzione per la psicologia degli allievi e, ancor più, già allora, pur in un contesto diverso, l’indispensabilità del dialogo tra il docente e gli studenti, cui tuttavia non dà particolari sviluppi. Dall’altra parte, già dal 1960-61 tiene un corso sull’ateismo, che continuerà fino al 1967, almeno (non ho potuto controllare oltre), come quello di Storia della filosofia contemporanea, iniziato l’anno dopo.
Di fatto, si può considerare questo periodo come preparazione e premessa delle elaborazioni successive.

B.- Il momento conciliare: la feconda stagione del Vaticano II parte nel 1962 e la si può far concludere nel 1975, quando Giulio si trasferì da Parigi, suo approdo da Roma, a Torino. Al Concilio, fu invitato come “esperto” e inserito nella commissione sui rapporti con il mondo moderno, in quanto preparato in materia e aperto ai problemi, che ne derivavano. Tanto che poi sarà nominato membro del Segretariato per i non credenti.
Questa è stata una tappa decisiva nel suo cammino teorico-pratico, per lo spessore acquistato, mediante la sua riflessione, discussioni, anche in ambiti internazionali, dai problemi dell’ateismo, dell’ecumenismo e dell’utopia, che l’accompagneranno, con sviluppi successivi, per il resto della sua vita. Partecipò allora alla stesura della “Gaudium et spes”, stilandone i paragrafi sull’ateismo (19-21). Frequentando il Concilio, Giulio ha preso atto della divisione tra i “padri” “progressisti” e “conservatori”. Ciò lo indusse a una profonda relativizzazione del valore dell’istituzione ecclesiastica, a suo avviso, allontanatasi con il tempo dal reale messaggio di Cristo, che si fondava su un impegno privilegiato per i poveri e un distacco da ogni forma di potere e di alleanza con i detentori dello stesso.
Ne conseguirono, anzitutto, un’attenzione e uno studio progressivo del marxismo, inteso come soggetto di confronto e di dialogo, anziché come avversario “scomunicato” e quindi da evitare (cfr.: Marxismo e Cristianesimo, 1966, e, più tardi, Credenti e non credenti per un mondo nuovo, 1969). Per Giulio, invece, da quel confronto potevano derivare imprevedibili e reciproci arricchimenti, eliminando gli steccati e con la critica dei propri integrismi. A queste tesi ha dato un apporto, oltre alle accennate discussioni, nell’ambito, per es., della “Paulusgesellschaft” (1965-1967) e dei personali rapporti con marxisti (L.Lombardo Radice, C. Luporini, R.Garaudy e altri), la nascita del movimento “Cristiani per il socialismo”, a Santiago (Cile), nel 1972 e il suo trapianto in Europa e Italia, con un ruolo decisivo di Giulio. Parimenti vi hanno molto contribuito la preparazione, l’elaborazione e l’edizione de L’ateismo contemporaneo (4 voll.: 1967-1970), da lui curato.
In quegli anni, hanno acquisito importanza e spazio i discorsi sulla “rivoluzione” (culturale, ovviamente, più che armata), destinata comunque a un capovolgimento delle condizioni sociali, e sulla “lotta di classe”, specie con la mediazione di Gramsci, cui si era man mano accostato, analizzandone con cura le posizioni.
L’incontro, nel 1972, con l’America Latina (ora, più correttamente, “indio-latina”, come suggerisce A. Zanchetta), che da allora frequentò assiduamente, finché ha potuto, e dove il Concilio aveva messo radici più profonde, ha contribuito notevolmente a una sua ulteriore crescita umana e teorica, alimentando in lui il germe della “liberazione”, che egli aveva già recepito dal Vangelo. Si tratta qui di una “liberazione” con una più accentuata valenza politico sociale: per tutti, da ogni forma di oppressione e di prevaricazione.
In questo periodo, dopo l’espulsione da Roma (1969), si colloca pure il suo fecondo impegno a Parigi, di approfondimento delle tematiche e anche di recupero della sua serenità, grazie alle sedute psicoanalitiche, dopo una seconda depressione. Insegnò all’”Institut catholi
que”, nella facoltà di teologia e di filosofia fino al 1973, quando fu esonerato, e, contemporaneamente, a Bruxelles, nell’Istituto “Lumen vitae”, dove la sua esclusione, nel 1974, provocò una reazione di solidarietà di altri colleghi (P.Freire, G.Gutiérrez e F.Houtard).
Al tempo stesso, crebbe in Giulio l’interesse per l’educazione, percepita come indispensabile per la costruzione di un mondo e un uomo nuovi: tipico punto d’incontro e di convergenza tra marxismo e cristianesimo (cfr.: Educare: per quale società? 1975).

C.- Ampliamento di orizzonti: L’andata a Torino ha consentito a Giulio, su invito della FLM, di occuparsi, in prima persona, della classe operaia, mediante una ricerca “partecipativa”, che ha dato origine a due volumi, e di scoprire e collaborare con la comunità di recupero di don Gallo a S.Benedetto al porto, da cui un’altra pubblicazione.
Un paio di anni dopo (1977), si concretizza l’espulsione dalla Congregazione Salesiana, con la conseguente sospensione “a divinis”, che ha portato a maturazione la definitiva rottura con le istituzioni ecclesiastiche, sottoposte poi a dura critica. Ciò tuttavia non ha intaccato la sua fede di “cristiano senza chiesa”, che, d’ora in poi, è vissuta abitualmente e piuttosto nell’ambito e nella prospettiva delle comunità di base, italiane e no.
Su invito, riprende ufficialmente, nel 1977-1978, la sua attività accademica (peraltro mai del tutto abbandonata, cfr. corsi a Bologna) a Lecce, proseguita poi a Sassari fino al 1996, momento del suo pensionamento. Il suo successo è stato molto relativo, anche per le condizioni in cui ha dovuto operare, però ha acquisito nuove e solide amicizie, soprattutto in Sardegna, che hanno favorito il suo cammino verso l’amicizia “liberatrice”, che assumerà per lui un ruolo sempre più rilevante sul piano educativo.
In questi anni, a partire dal 1980, prende contatto e offre il suo contributo di riflessione alle rivoluzioni sandinista, in Nicaragua, e cubana. Questa, con il tempo e per le circostanze storiche, assorbirà l’attenzione e l’impegno di Giulio più della prima (soffocata, nel 1990, da interventi dall’esterno), nella quale aveva profondamente creduto. Entrambe, sebbene diversamente, hanno sofferto per la visita di Giovanni Paolo II. Va crescendo, in parallelo, il peso e lo spazio, in lui, dedicati alla teologia della liberazione. Essa, nonostante gli interventi repressivi del Vaticano, continua a prosperare nell’America indio-latina, dove acquistano sempre più voce e importanza gli oppressi ed esclusi, che, al dire di Giulio, loro riconosciuto megafono, “rompono” il silenzio dopo circa 500 anni e diventano soggetti, anzi “protagonisti”, della storia (cfr.: Gli esclusi costruiranno la nuova storia?, 1994).
I successivi, numerosi viaggi nei paesi del Sud-America confortano e alimentano queste sue convinzioni, con ulteriori, significativi incontri e con suoi nuovi contributi.

D.- L’eredità indigena: questa è una tappa anche più anomala delle altre, sia per il suo inizio, da collocarsi “emblematicamente” nel 1992, a 500 anni dalla “conquista” e non scoperta, dell’America, come recita il titolo di un volume di Giulio (1992), dal provocatorio sottotitolo: “Dalla parte dei vinti”: di fatto però il suo incontro con gli indigeni era avvenuto vari anni prima, in Nicaragua, e la loro organizzazione cominciò addirittura nel 1982 (con una loro rappresentanza all’ONU); sia per il suo contenuto, che vede una continuazione e sviluppo dei temi caratteristici delle tappe precedenti, con preziosi arricchimenti e concretizzazioni.
L’originalità e i temi di questi anni meritano comunque un’autonomia e rilievo, nonostante che, talvolta, si ricolleghino e frammischino con gli anteriori (cfr.: Cuba dopo la visita del papa. Marxismi, cristianesimi, religioni afroamericane alla soglia del III millennio: 1999). Anzitutto, ora più di prima, il pensiero di Giulio spazia estesamente, con libertà e con acuta e informata acribia nei cieli (per così dire!) della politica, ancora attuale, del capitalismo e neoliberismo occidentale, nonché dei terrorismi integralisti, strumentali a quelli, e li condanna duramente, senza pietà.
Suggeriti dalla mentalità e dalle tradizioni indigene o “indo-afro-latinoamericane, al dire di Giulio, scaturiscono, in primo luogo, due nuovi orizzonti di indagine: la resistenza e l’alternativa.
La resistenza ha espresso l’atteggiamento prevalente tra gli indigeni da dopo la conquista. Resistenza a conferma della non accettazione dello “status quo” e resistenza come scelta di fondo della non-violenza. Ma resistenza, soprattutto, come espressione della fedeltà a se stessi, alla propria identità e quindi alle proprie tradizioni, regole e concezione del mondo, della vita e dei rapporti interpersonali, centrati sull’ ascolto più che sulla parola: ascolto e rispetto anche della natura e delle sue esigenze. Resistenza che è pure presupposto e alimento della speranza, ispiratrice del futuro.
In secondo luogo, l’alternativa, che predominerà sempre più anche in Giulio, come obiettivo e approdo della rivoluzione, in seguito alla sostituzione di questo mondo e di questo uomo. Un mondo non più solo a servizio esclusivo dell’uomo e sottoposto a sfruttamento da parte di pochi e a svantaggio dei più, ma un mondo che merita rispetto e adeguamento ai suoi bisogni vitali, com’è nelle tradizioni indigene. Un uomo non più egocentrico e, conseguentemente, egoista, ma aperto agli altri, disponibile nei loro confronti, che ha, come obiettivi, la solidarietà e la cooperazione gratuita, come avviene nelle comunità indigene.
Oggi e la società attuale si sono appropriati, snaturandole, di quelle istanze: ne è nata così l’ecologia verde, di nuovo conio, e la globalizzazione. Entrambe sono state pubblicizzate e fatte oggetto di convegni internazionali (a partire da Porto Alegre, 2001), ma pressoché esauritasi, la prima, in belle parole, senza significativi risultati, e divenuta dominante e impositiva, la seconda, tra i bersagli preferiti delle critiche di Giulio.
Da queste premesse, riaffiora e prende corpo, in lui, l’egemonia: un’egemonia dal basso, non più guidata dai vertici, ma espressione comunitaria, per gli indigeni, oppure dei poveri, degli oppressi e degli esclusi, in futuro. Nel primo caso sono state avanguardie e si sono fatti portavoce gli indigeni del Chiapas con il loro “sub-comandante” Marcos, che, in partenza hanno anche fatto ricorso alle armi (1994). In questo quadro si iscrive anche il macroecumenismo, che va al di là del cristianesimo, aprendosi a tutte le fedi, com’era stato previsto già nel Vaticano II.
Di queste tesi è articolata espressione uno dei volumi tardivi di Giulio: Resistenza e alternativa al neoliberismo e ai terrorismi (2002), nel quale, per la prima volta, si tratta e si discute ampiamente del “coprotagonismo delle donne nella costruzione di un’alternativa di civiltà e di chiesa”.
Infine, pur non meritando una considerazione a parte, vanno richiamate alcune figure particolarmente significative, che, in vari e propri modi, si sono battute per molti degli ideali illustrati.
Tra essi, due non cristiani: Gandhi e il Che, con il quale si è conclusa l’attività editoriale di Giulio. Gandhi: padre della non-violenza, modello di fedeltà a sé e ai suoi connazionali e di resistenza, ma vittima della violenza. Che Guevara, combattente animato da un “ottimismo storico” e da un amore per gli oppressi, sconfinato e “storicamente impegnato (cfr.: Che Guevara, visto da un cristiano, 2005), ma anche estraneo a ogni forma di ingiustizia, coerente, appassionato e capace di tenerezza, come sottolineò la figlia Aleidita.
Altri due sono cristiani: don Camilo Torres “guerrillero” colombiano in difesa dei poveri, degli oppressi e perseguitati; e don Sergio Méndez Arceo, vescovo di Cuernavaca, che ha avuto una storia ed evoluzione simile a quella di Giulio, come accennato (cfr.: Don Sergio Méndez Arceo, patriarca de la solidaridad libera dora: 2000). Con lui si incontrò più volte in circostanze e situazioni diverse.

Eredità e implicazioni:
1.- Giulio con la sua vita, i suoi scritti e le sue testimonianze ci ha lasciato un ricco retaggio, che, in parte, si è messo e si metterà in luce in questa giornata. Esso ci tocca e scuote in prima persona. Va assunto nella sua complessità, per quanto possibile, con coraggio e determinazione, come ha fatto lui nei confronti dei suoi modelli e ispiratori. Lucida e apodittica una sua dichiarazione al termine della presentazione del volume sul Che: “Per concludere questa presentazione della figura del Che, sento la necessità, spero di non scandalizzare nessuno, di affermare che come teologo cristiano della liberazione, mi riconosco profondamente in questo militante e pensatore ateo. Non per il suo ateismo, ma per la tremenda coerenza con cui ha vissuto la scelta di stare al fianco degli oppressi come soggetti; scelta che è diventata per molti cristiani l’asse centrale della nostra identità.” Disponibilità e ascolto, rispetto e dialogo, scelta degli ultimi, loro comprensione e difesa a tutti i costi, pur con le debolezze, fisiche e no, che lo hanno caratterizzato, sono tratti fondamentali e indelebili del suo profilo di “uomo in ricerca”, di “cristiano senza chiesa”, sempre in cammino, per un viaggio senza fine.
2.- Le implicazioni riguardano, da un lato e soprattutto, le nostre scelte e il conseguente atteggiamento psicologico coerente e impegnato, fecondo ed efficace, senza cedimenti di sorta; dall’altro, la ricerca, promozione e utilizzazione della solidarietà “liberatrice”, per sentirsi più forti (“El pueblo unido jamàs serà vencido”!) e sfuggire a una solitudine demoralizzante; e, infine, ampliamento continuo dei propri spazi di libertà (non dono, ma conquista), verso un’autentica e stimolante liberazione, eliminando con fermezza, seppur gradualmente, ogni forma e manifestazione di dipendenza, nella nostra vita quotidiana.
Tutto questo in un illuminante orizzonte di utopia, che nutra la nostra speranza di ottenere, prima o poi, quel mondo nuovo e quell’uomo nuovo che mettano un punto finale alle ingiustizie, a ogni forma di oppressione e repressione, aprendo la nuova stagione di solidarietà, cooperazione e corresponsabilità.